Year after year
Running over the same old ground
What have we found?
The same old fears
Wish you were here
”Wish You Were Here” - Pink Floyd

Noi non lo sentiamo. Il cellulare squilla! Lassù oltre le creste, abbandonato nell’auto chiusa. Oltre il belvedere il vuoto ci ha risucchiato, laggiù in fondo alle gorges, inesorabilmente, doppia dopo doppia. Il sole accarezza la profumata macchia provenzale, mentre sfiliamo l’ultima corda doppia e ci prepariamo a ripartire verso l’alto, cercando la nostra via su quelle immense pance grigie e gli incombenti muri rossastri.
Noi non lo sentiamo. Lassù il cellulare squilla. Impegnati a giocare con la gravità, che pian piano vinciamo e che pazientemente ci lascia scivolare verso l’alto, non badiamo alle nuvole nere, scure e minacciose. Il vento le spinge da oltre le creste e loro precipitano verso il fondo. Gonfie gocce d’acqua bagnano grigie gocce di pietra ed evaporano, veloci. Raffiche di vento ci investono violente, fredde.
Noi non lo sentiamo. Lassù il cellulare squilla. Nelle nostre orecchie rimbomba il cupo suono dei tuoni, oltre le creste la natura da prova della sua forza, chicchi di grandine scendono nel vuoto oltre le nostre spalle. Squarci d’azzurro verso sud, lasciano passare lame di luce. Siamo nel cuore rosso della parete, protetti dalla grande pancia grigia di Pichenibule, la roccia è sorprendente per le forme e le miniature che il tempo, l’acqua ed il vento han saputo creare, microcosmi perfetti che consumano la nostra pelle, giardini minerali che catturano i nostri sguardi curiosi.
Il cellulare continua a squillare, ma noi non lo sentiamo, lontani e protetti da una mano di pietra. Sospesi su un ginepro secolare, che in quel mondo arido ha trovato il suo spazio ed un senso al suo esistere, proviamo a continuare la nostra scalata. Un muro di gocce d’acqua scorre veloce verso il basso dietro di noi, il vento continua a portare il sordo brontolio dei tuoni. Continuiamo a salire ma la parete sopra di noi è completamente bagnata, dobbiamo desistere. Altre doppie ci depositano ai piedi della parete, gli elementi si sono placati, il bosco e le rocce grondano acqua, l’aria è tersa, pulita e profumata. Ci incamminiamo lungo il fondo delle gorges, mentre lo sguardo continuamente si alza verso i grandi muri di calcare, su in alto sino alle creste.
Continuiamo a non sentire il trillo del telefono lontano, tristi notizie ci attendono, il dolore è sempre dietro l’angolo pronto ad investirci, a metterci alla prova, a riportarci con i piedi per terra, a ridarci le dimensioni dei nostri limiti di piccoli ed effimeri esseri umani. Le nuvole strappate dal vento lasciano spazio al cielo azzurro e profondo, sbuffi d’umidità salgono dai boschi, la luce radente del sole da corpo e forma al paesaggio che ci circonda, mentre camminiamo sull’asfalto, sperando in un passaggio che ci riporti sulla strada delle creste.
Apriamo l’auto, uno sguardo di rito al cellulare. Troppe chiamate dagli amici, qualcosa non va, non ha senso. Il materiale abbandonato sull’asfalto bagnato, noi seduti su un masso a bordo strada, la voce di Ennio che ci giunge lontana dal telefono: “Sergio non c’è più.” poche altre parole seguono. Lo sguardo lucido corre lontano e vaga sulle morbide forme dell’altopiano, foglie verdi e coriacee stillano gocce d’acqua, che brillano nella luce della sera, lacrime cadono colpite da un raggio di sole.
Da questo luogo ti saluto e mi piace pensare alla tua persona che, seduta per sempre sulla vetta di una grande montagna, sorridente osserva il mondo, le nostre vite e i nostri goffi tentativi per cercare di dare un senso a tutto ciò. Noi continueremo a vivere con passione cercando di non sprecare il poco tempo che abbiamo, con passione ed intensità cercheremo di fare le cose che più amiamo. Tra queste cose ci sono le montagne e l’inutile ma prezioso desiderio di salirle. Sotto il tuo sguardo attento … noi continueremo a scalare e sapremo sempre dove poterti trovare. Ciao Sergio.
… e noi continueremo a scalare - Immagini dal Verdon