martedì, 28 agosto 2007
Siamo agli sgoccioli; tutte le più scintillanti fiere sono pronte a mettere in vetrina il meglio della produzione ciclistica mondiale. Eurobike a Friedrichshafen, Interbike a Las Vegas getteranno grandinate di visioni sognanti pronte a invadere i garage della nostra fantasia. Ma la sorte a volte è curiosa... e anticipa i tempi.
Accade che la troupè di Orme.tv incontra in un agosto sfortunato tra le nubi ugggiose e il fango di Les Gets quello che mai si sarebbe aspettata: MDE.



La prima parola che ha invaso la papille gustative è stata novità.
Una grandiosa dimostrazione che tutto ciò che è fulcro virtuale o qualsiasi di quei marchingegni dannatamente funzionali al nostro ego non è esclusiva degli intoccabili marchi d'oltreoceano.
Bella. Affascinante e feticisticamente appetitosa. Made in Italy e come. Mozzarella, pomodoro e basilico. Bianco, rosso e verde. Per ora l'unico rimprovero che possiamo fare a Mr. MDE è che sognavamo si chiamasse Margherita.
Invece l'ha chiamata Pusher, forse nessun altro nome poteva essere più spietato  verso chi, come noi, è già caduto nella dipendenza.



wallpaper per i feticisti (click click)

Presto Orme potrà in anteprima stringere il suo manubrio.


Per ora una piccola anteprima.
Telaio da freeride con 188mm di escursione posteriore con ammo da 220mm
(riducibili a 165mm con ammo da 216mm).
Sistema I-link a fulcri virtuali, molto stabile sulla pedalata, progressivo, indipendente in frenata.
Tubazioni Easton Fs rad e tutti i particolari realizzati cnc.
Peso del telaio in tg.S con Fox Dhx 5.0 coil 3.95kg.
Disponibile da gennaio 2008.

info: www.mdebikes.com

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categoria:in fuga, impennata
lunedì, 27 agosto 2007


Esiste un sentiero, il 702 che scende dal Rif. Rosetta a San Martino di Castrozza, che è veramente singolare nel suo sviluppo. A guardarlo nella cartina sembra il tracciato di un sismografo. Più volte, transitando per la strada del Passo Rolle, mi ero fermato a guardare su con il cannocchiale per capire dove quella traccia potesse passare, ma dal basso non sono mai riuscito a scorgerne dei segni. Tutti quei tornanti segnati sulla carta potevano far pensare ad un possibile approccio con la bici; ma come sarebbe stato il fondo? Alla speranza che poteva dare uno sguardo sulla cartina, si contrapponeva l’obiettiva improbabilità al transito su due ruote guardando quel canalone dal basso: un muro di sassi e di roccia che incuteva timore e invitava ad abbandonare ogni speranza.

Cosa spinge un uomo a fare delle cose al limite delle proprie possibilità? Ovviamente il desiderio di appagamento. Una sensazione di cui abbiamo bisogno per migliorare il nostro vivere, anche a costo di prenderci qualche rischio. Ecco che cosa mi attirava verso questo canalone dominato e protetto da inquietanti  picchi rocciosi.
Ho avuto difficoltà a trovare un compagno disposto ad affrontare con me l’avventura prima della fine dell’autunno ed il primo tentativo è stato abortito per l’inclemenza del tempo,  così ho dovuto passare l’inverno rimuginando sul mio progetto.
Intanto l’attesa aumentava il desiderio, e più il tempo scorreva, il desiderio si trasformava in ossessione.



Per realizzare il mio sogno, infatti, cominciavo a credere che dovessero coincidere troppe situazioni favorevoli: il bel tempo (siamo in alta quota in un posto dove l’escursione termica è spesso notevole e le nuvole tendono a formarsi facilmente), la scelta del periodo entro un arco limitato e la disponibilità di un compagno.

Con l'avvicinarsi dell'estate, dopo altri tentativi stroncati dal maltempo, mi ero deciso ad affrontare l'avventura anche da solo se nessuno fosse stato disposto a seguirmi e finalmente è sopraggiunto il giorno fatidico. In una bella mattinata di sole mi trovavo all'attacco del sentiero con il cuore che batteva forte.

Quando ho ritenuto che tutto fosse a posto sono partito e le ruote hanno iniziato a scorrere sul primo tratto di mulattiera larga e senza difficoltà tecniche, ma ottima per prendere confidenza con l’ambiente e per scaldare un po’ i muscoli. Poi si sono proposte le prime difficoltà ed ho iniziato a prendere il ritmo. Il sentiero comincia a restringersi, a diventare più accidentato e i tornanti ad essere molto stretti. A questo punto si comincia a danzare.



La concentrazione è massima e non sono concessi errori.
È come se stessi vivendo in un mondo parallelo: il sentiero perfetto è proprio questo! Ci sto scivolando sopra, ne sto assimilando ogni metro, lo sto domando e amando allo stesso tempo, mi sento parte del tutto, libero di fluire in mezzo alle cattedrali di roccia:  il sogno della vita di un biker è divenuto realtà. La discesa sembra non finire mai, non so neppure quanto tempo è passato da quando sono partito e non m’interessa; ad ogni tornante si ripete la sfida e la sensazione di piacere se riesco a non posare i piedi a terra saltellando sul bordo delle rocce.
L’impresa sta volgendo al termine, però gli ultimi metri sono veramente tosti. L’impegno è ancora massimo per chiudere in bellezza. Per gli ultimi gradini di pietra vale la pena di prendersi qualche rischio e quando le ruote mettono i tasselli sulla terra battuta la soddisfazione è massima. Il passaggio dalla dura pietra al caro e protettivo bosco è stato come tornare nel grembo materno.
“Il sentiero perfetto”. Un’ora e mezza di “ massimo piacere”. Personalmente non potevo chiedere di più ad una discesa con la bici.

Photogallery



Un ringraziamento particolare al mio amico Luca che mi ha supportato nell’avventura.

Contributo di Paolo "forty grams"

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categoria:in fuga, impennata
venerdì, 24 agosto 2007


La solita vacanza: macchina carica all'inverosimile con moglie, suocera, cognato, nipote, cani, vestiario misurabile in 6 ante di armadio e scorte alimentari degne di un bunker antiatomico.
La solita meta: un paesino della Basilicata che conta 2500 anime per 350 giorni all'anno e che come i "pani" improvvisamente si moltiplicano in 25.000 nelle due settimane intorno a ferragosto. 15 giorni in cui si celebrano 4 santi, 10 processioni e 8 sagre e si risolleva l'economia locale che il grano duro e l'olio non sostentano più come una volta.
L'insolito: il mio fedele “ciuccio” di ferro a due ruote che spunta da dietro la macchina.
L'insolito: il rumore dei tacchetti che rullano sulle pietre che formano un intricato dedalo di vicoli e gustosi gradini.



Vicoli larghi come due manubri che hanno visto nascere le braccia che coltivavano le dure ma fertili terre un tempo: il granaio d'Italia. Braccia poi fuggite da quella rossa terra per sporcarsi del nero grasso degli ingranaggi delle fabbriche del nord.
Braccia i cui figli tornano per riscoprire il sapore che aveva il pane una volta.
Così io figlio del nord sposato al sud mi ritrovo a bagnare la rossa terra col sudore prodotto bruciando i carboidrati ricevuti gustando quegli antichi sapori….

contributo di don "Fab" Maio
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lunedì, 20 agosto 2007
Home is wherever you ride. Sono quelle frasi che in un giorno stupido leggi da qualche parte e che ti rimangono impresse. Essere la propria passione ovunque. E ovunque vi sia quell'entusiasmo sentirsi a casa.



Così a conseguenza di un'oscura perturbazione che minaccia le vacanze, ci si ritrova per strada davvero alla ricerca di ogni dove possa splendere il nostro entusiasmo assieme ad un sole caldo.
Imbizzarriti come una pallina in un flipper siamo rimbalzati da una valle all'altra in balia delle nostre ludiche voracità discesistiche.



E forse per la prima volta senti pulsare direttamente sulla pelle quella frase inglese letta tempo prima.
Pila, Les Gets, Chatel, Crans Montana, Pratonevoso e Calizzano.
Veloci e vagabondi come le nostre fantasie.


Di seguito, una vorticosa carrellata del vagabondare.

Les Gets, Chatel _ Portes du Soleil, Francia
(Photogallery)

foto Tarantola, Comaz e Beppogatto





Calizzano _ Savona, e Garessio _Cuneo
(Photogallery)

foto Tarantola



Crans Montana, Svizzera
(Photogallery)

foto Comaz e Beppogatto



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categoria:in fuga, impennata
martedì, 14 agosto 2007
STORIE D RACCONTARE

Reduce da un fine settimana intenso, devo ancora capire, mettere ordine, riflettere su quanto è successo. Storie piccole e grandi, dei nostri giorni e dei tempi passati, intime e collettive. Troppe storie da raccontare, persone e personaggi compaiono e scompaiono, si accavallano, si incrociano, si allontanano. Da che parte iniziare, cosa mettere nella storia che vogliamo raccontare? Gran bel dono la sintesi, la capacita di cogliere l'attimo giusto ed in pochi secondi avere già raccontato tutto. Peccato non esserne dotati. Un gran bel lavoro, affascinante ci attende. Come in parete, tra i mille appigli solo pochi sono quelli che ti permetteranno di arrivare in cima, la giusta sequenza per non cadere, per non appendersi, per risolvere il rebus.
Come direbbe Daniele: "Allenarsi!", senza però trascurare la photogallery di questi giorni.



I semplici fatti alpinistici accaduti sono comunque significativi.
Venerdì Yuri e Roby chiudono un vecchi conto in sospeso a sinistra dello spigolo nord, sulla parete nord-est del Fupù. Ne è uscita una via per pochi, corta ed intensa: sei lunghezze, 6c obbligato ed expo, serie completa di friends, soste attrezzate. A breve relazione ed ulteriori dettagli.
La via è stata dedicata "A Sergio e Marco", due cari amici che purtroppo ci hanno lasciato.



Sabato mentre ripetevo per l'ennesima volta la "Placido Piantoni" in cordata con Daniele e Lorenzo e riprendevo la cordata di Roby e Yuri; Giangi ed Ennio sono andati a ripetere, sempre sulla parete del Fupù la via aperta vent'anni fa da Sergio e Marco. Anche di questa prepareremo la relazione.



Domenica mentre bighellonavo ai piedi della nord le cordate si sono sparpagliate tra "Le medaglie di Matley", Miss Mescalina", "Via col vento" ed i più rilassanti monotiri al Vascello Fantasma. Nessuno però mancava per la merenda alle baite delle miniere, con una megacrostata preparata dal mitico Renzo, con su scritto "30° Via PLacido". Quando gli abbiamo fatto notare che erano solo 29 anni ci ha detto in un bel bergamasco: "lo so! Tanto prima che esca il film, arriva l'anno prossimo che è quello del trentesimo!"

Immagini in movimento
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categoria:in fuga, oltre la verticale
giovedì, 09 agosto 2007
sabato 11 e domenica 12 agosto



Alcuni mesi fa, sul finire dell'inverno, con le gambe sotto un tavolo ed un po' di vino in corpo, un gruppo di amici si è dato un appuntamento. La prima o la seconda di agosto ci saremmo rivisti ai piedi della nord. Allora tante idee frullavano nella mente ma nulla era stato fatto, tutto poteva restare li, sospeso, congelato, pronto per essere dimenticato. Invece una forza, un energia strana, ha sostenuto l'idea. Ognuno ha fatto una parte del lavoro che ci si era proposti, grande o piccolo che sia, ognuno ha dato il suo contributo prezioso. Sin da ora un particolare grazie per la sua incondizionata disponibilità, va al mio compagno di cordata: Daniele. E pensare che ad inizio stagione aveva decretato "Questa estate basta Presolana! Voglio vedere posti nuovi."

Nel frattempo Yuri è andato e tornato dal Pakistan alla ricerca vana di cime inviolate, Roby non è stato sicuramente più fortunato, il tentativo di traversata ai Gasherbrum è restato tale. Sicuramente entrambi non si scoraggiano, la rinuncia fa parete del gioco e sono già pronti per ripartire nei prossimi mesi, ma nel frattempo sono con noi per seguire una sottile linea rossa. Per tornare dove altre guide come loro lasciarono un segno, per ritrovare i ricordi di un padre troppo presto scomparso.



Non mi sembra vero ma sabato e domenica prossima saremo in parecchi all'ombra della NORD, alpinisti, guide alpine, escursionisti, semplici viandanti, accomunati dalla voglia di raccontare una storia, idealmente iniziata nell'agosto di 29 anni fa.
Con noi ci saranno Flavio, Rocco e Domenico, che con Livio salirono la via Placido per la prima volta; magari domenica riusciremo pure a legarci in cordata assieme.
Nella giornata di sabato Roby e Yuri saranno in parete con me e Daniele, se la meteo è buona dovremmo riuscire a chiudere le riprese in via, percorrendo così per l'ennesima volta lo scudo giallo della Placido. Altri amici ci faranno compagnia arrampicando sulle altre vie della Nord.
Come già detto non esiste solo il punto di vista "a volo d'uccello", ma anche quello "a pelle di leopardo", quindi Alberto e Sergio con i piedi saldamente ancorati a terra e con le videocamere in mano, raccoglieranno testimonianze, ruberanno immagini, ascolteranno chi ha voglia di raccontare storie della valle di ognidove.

Per chi volesse venirci a trovare, il punto d'appoggio è il Rifugio Albani, raggiungibile da Colere (Val di Scalve)

postato da: MauOrme alle ore 00:24 | Permalink | commenti (1)
categoria:in fuga, oltre la verticale