martedì, 30 ottobre 2007
Rieccoci con la saga della corda abbandonata. Marcello ci spedisce il secondo ed il terzo ed ultimo atto, con alcuni scatti. Buona Lettura.

IL TENTATIVO “CONGELATO”
Da che mondo è mondo si sa che i veri amici si vedono nel momento del bisogno… non potevo avere orecchie di mercante dinanzi alla proposta di Marco e Mau di tentare un recupero della mezza “canapa” rimasta a penzoloni sulla placca strapiombante della Sud durante la discesa dopo la loro splendida ripetizione di “Panico e Salamico”…
Rompo gli indugi e chiamo Francesco, che coglie subito la palla al balzo; l’appuntamento è per il sabato successivo, anche se le previsioni annunciano l’arrivo di aria polare…
Nonostante non si parta all’alba, l’aria è davvero pungente, ma non ci saremmo mai aspettati venti da bufera sottozero già al Passo della Presolana, dove infreddoliti e ancora mezzi addormentati ci inoltriamo nel bosco sferzati dal gelido vento. Alla Cassinelli scopriamo con sorpresa che l’acqua negli abbeveratoi ha uno spesso strato di ghiaccio, chiara evidenza di una notte contrassegnata dal gelo.

lasudArrivati all’attacco, un tiepido sole si fa spazio tra le nuvole, etusiasmandoci e facendoci sperare che la salita è possibile. La corda orfana è là, di traverso, visto che il vento si è divertito a farla danzare qua e là sospingendo il capo libero sullo spigolo Sud. Decido di attaccare per primo, lasciando al compare i tiri più duri; appoggio le mani già rigide per il freddo sul calcare a buchi… cavoli, sembra di toccare le pareti interne di un congelatore! si sa che il marmo deriva da un processo metamorfico delle rocce sedimentarie, quali il calcare appunto. Ma nonostante la Presolana non sia mai stata interessata dal metamorfismo durante tutta la sua lunga storia geologica, il detto “freddo come il marmo” suonava come un eufemismo per le condizioni termiche del calcare di quella gelida mattina! A fatica raggiungo la prima sosta, con dolore pungolante in tutte le dita. Francesco parte velocemente, infreddolitosi ulteriormente durante l’attesa alla base. Il sole, birichino, gioca al va’ e vieni, e le folate gelide ascensionali lungo il canale non si placano. Sento il freddo impadronirsi del mio corpo, inizio a sbattere e a non sentire sensibilità anche ai piedi. Giunto in sosta anche Francy, due rapide occhiate di perfetta intesa ci fanno capire che le condizioni sono “invernali”, e che non è il caso di proseguire… le mani, insensibili, non trasmettono al cervello le sensazioni propriocettive tattili, non si riesce a scalare. E poi non siamo coperti abbastanza… Decidiamo di calarci e tentare una risalita lungo lo spigolo, che dovrebbe aver subìto il benefico influsso del sole per un tempo più lungo… ma il sole è ormai sparito, il freddo non molla e, dopo due tiri di corda lungo la nuova linea, battiamo la ritirata, anche perché sopra di noi altre temerarie cordate hanno alzato i tacchi e stanno approntando le doppie di calata, bloccandoci oltre misura in sosta a “rinfrescarci” ulteriormente le idee. Non ci resta che ingoiare il rospo e guardare in faccia la realtà: il tempo sta cambiando e noi siamo due ghiaccioli… si scende!
Il tentativo “congelato” ci lascia un po’ delusi, ma ci ripromettiamo che “Panico e Salamico” verrà ripetuta appena possibile, lasciando così ancora aperti i giochi per il recupero della mezza corda, prima che l’inverno avvolga con il suo manto bianco la Regina delle Orobie.
26 ottobre 2007
Marcello

panico

IL RECUPERO
Finalmente a casa! Questa è stata l’esclamazione di Marco non appena ha rimesso le mani sulla sua mezza corda rimasta a penzoloni sulla Sud della Presolana per quasi quindici giorni. È già, perché nonostante le dense e umide nebbie avvolgessero la placca calcarea su cui elegantemente si snoda la linea di “Panico e Salamico”, domenica il tentativo di recupero della corda è andato a buon fine. Complice il cambio dell’ora da legale a solare, la mattina ci ritroviamo un po’ assonnati e non troppo convinti di ritrovare ancora appesa in parete la fedele compagna di tante scalate. Dopo una doppia colazione, risaliamo le ripide falde che ci separano dalla parete, chiacchierando spensieratamente del più e del meno. Giunti quasi all’attacco, sprazzi di sereno ci consentono furtivi sguardi alla placca, ma dal basso non riusciamo a vedere nessuna corda… le speranze si affievoliscono, ma dopo l’avvicinamento “riscaldante” non ci rimane che provare a salire la via per avere maggiori conferme. Ci spartiamo i compiti: a me la prima lunghezza, poi via via in alternato (così Marco si becca i tiri duri!). Il gioco inizia, è una metodica scansione per la scelta dei buchi più erosi, meno svasati, che consentono una arrampicata estetica e mai banale, sempre delicata. Arrivo in sosta, Marco si sistema e parte veloce. Mentre sale, col naso all’insù, mi grida: “eccola!”. Io quasi mi ero scordato della corda incastrata, intento a guardare il bombè dello strapiombante tiro chiave successivo. Allargo lo sguardo e noto anch’io la mezza corda che, in alto e di traverso, si staglia contro il grigio cielo autunnale, collegando tra loro la via che stiamo ripetendo e lo Spigolo Sud. Due sospiri profondi per concentrarsi e scaricare la tensione, ed ecco il mio socio alle prese con la lunghezza decisiva della via. Lo guardo nella sua salita elegante anche se faticosa, cercando di memorizzare i suoi movimenti vincenti per poi ripeterli  a mia volta. Il tempo non migliora e le nebbie conferiscono un non so che di umido a tutta la roccia, coadiuvante perfetto per rendere più probabili le scivolate dei piedi!

salamicoMa il leprotto Marco non si fa ingannare e anche se un piede effettivamente scivola come un razzo verso il basso, non molla la presa e di forza vince la componente gravitazionale che lo vorrebbe a penzoloni. Prosegue, il tiro non molla e la fatica cresce, ma la sosta è oramai guadagnata. È la mia volta, e con la medesima fatica supero il tiro duro, confortato dal fatto che davanti a me ci sono sempre le due mezze corde che mi uniscono alla sosta successiva. Giunto in sosta, prima di ogni altra cosa stringo la mano a Marco e gli faccio i complimenti per aver superato da primo quell’ardua lunghezza. Riparto, consapevole che arriverò laddove si è incastrata la corda: spuntone di roccia? fessura? Cosa mai l’avrà trattenuta in parete? Ci aspettavamo di tutto, ma non certo di scoprire che a meno di un centimetro dal capo libero, la mezza si fosse incastrata nelle due maglie rapide per la calata, simulando la perfetta chiusura delle fettucce degli imbrachi! Troppo zelante la mezza di Marco, con l’esperienza ha imparato ad auto - assicurarsi alle soste!!! Appena l’amico mi raggiunge, si lascia andare a sdolcinate carezze per la sua corda recuperata. Il tempo è sempre incerto, mentre certa è la fatica nelle braccia. Ma ancor più certa è la nostra storditaggine: Marco guarda l’ora e constatiamo che è più tardi del previsto. La sera non possiamo arrivare tardi, abbiamo degli impegni. In fondo l’obiettivo è stato raggiunto, e anche se ci piacerebbe chiudere la via scalando le ultime due lunghezze, decidiamo di calarci. Solo quando arriviamo alla macchina scopriamo che l’orologio di Marco è posizionato ancora sull’ora legale! Non era poi così tardi, e con quell’oretta in più la via si poteva chiudere. Pazienza, forse – in fondo in fondo – questa è l’ottima scusa per poter ritornare ad arrampicare su quella stupenda “gruvierplacca”!
29 ottobre 2007
Marcello


cara

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lunedì, 29 ottobre 2007
Era una notte di luna piena.
Ci si vedeva come in pieno giorno.
Un esercito di nuvole soffici come fiocchi venne a mascherare il cielo.
Erano migliaia di guerrieri bianchi che si impadronivano del cielo.
Era l’esercito della neve.
(NEVE - Maxence Fermine)

Martedì scorso, nel tardo pomeriggio, con Alberto sono salito al cospetto della Nord.
Avevamo un appuntamento con Roby e Yuri, che stanno lavorando sulla parete per il maquillage di alcune vie della Nord. Invece che il solito sentiero, abbiamo imboccato quello che dal paese di Colere sale al pian Vione e da qui al colle della Guaita costeggiando le bastionate rocciose che salgono alle Quattro Matte e sostengono il sentiero attrezzato della Porta. Vogliamo cogliere ancora alcune immagini, alcune parole, per chiudere il cerchio, per dare un senso compiuto alla storia che vogliamo raccontare.



La sera scorre piacevolmente, tra chiacchiere e riprese, un bicchiere di vino ed una fetta di formagella. Si parla anche del lavoro di sistemazione delle vie che stanno facendo, di come intendono muoversi, di quali siano i piani per i giorni a venire, di come sia stato difficile partire e di come siano soddisfatti di questo inizio.
La stufa scalda il piccolo ambiente della baita, mentre la notte fuori è fredda, stellata e rischiarata dalla luna. Ci corichiamo, la sveglia è puntata alle sei. Come al solito la notte scorre veloce è già ora di alzarsi, io ed Alberto dobbiamo scendere, mentre Roby e Yuri preparano il materiale per la giornata.
E'
ancora buio, usciamo, che sorpresa! Tutto è bianco, silenzio, non un alito di vento, fiocchi impalpabili danzano nel fascio di luce delle frontali. La neve mi mette sempre di buon umore, sono felice anche se i piani degli amici vengono d'un tratto cancellati.



Inconvenienti del mestiere di guida. La montagna decide i tempi, noi ci possiamo solo adattare. Roby e Yuri oggi avranno il loro bel da fare nell'andare a recuperare il materiale lasciato in parete. L'esercito della neve per oggi a vinto la battaglia.


Il diario di lavorazione di Alberto

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categoria:oltre la verticale
venerdì, 26 ottobre 2007


Si apposta tra le fronde degli alberi, sistema i suoi marchingegni e attende la sua preda. Non lo definirei per niente un fotografo, sarebbe a dir poco riduttivo. Credo sia a pieno titolo un vorace appassionato di mountainbike con il prezioso dono di saper catturare in quella sua macchinetta tutta l'energia e la positività di questo sport.
Il Bazooka spara grosso.
Lo incontrete di certo, perchè con il suo vecchio fuoristrada arrugginito, e con la dolce presenza della sua Nadia, presenzia tutti i migliori spot dove ci si possa divertire in sella ad una bike.
Nel caso abbiate una gran fretta di sbirciare nel suo mirino, beh,
basta visitare il suo sito www.luca-orlandini.com
che
volentieri abbiamo graficamente contribuito ad allestire.

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mercoledì, 24 ottobre 2007

Sarà successo a tutti, per lo meno a chi va a scalare, che una corda si incastri durante una discesa in doppia, non è certo la fine del mondo. Dove la parete si fa meno ripida ed articolata, dove non ci si cala sulla verticale, dove infide lame e spuntoni cospargono la roccia, solitamente siamo più guardinghi, più attenti, e durante la calata abbiamo già cercato con lo sguardo i possibili punti critici dove le nostre corde potrebbero incastrarsi. Una corda incastrata è sempre un po’ uno smacco per il nostro amor proprio, siamo sempre un po’ presuntuosi e crediamo, sempre o quasi, di avere tutto sotto controllo. Siamo certi di avere passato la corda in sosta nel modo giusto e di avere chiuso il nodo ed averlo posizionato correttamente. Siamo sicuri, quando iniziamo a recuperarla, di farla scorrere con la giusta velocità, di controllarne al termine la caduta libera, dopo che il capo si è sfilato, scorre sulla roccia e cade nel vuoto.
Quando recuperiamo una doppia, inizialmente percepiamo la resistenza che oppone, tutti gli attriti che vince, quello della roccia e delle sue asperità, quello dell’angolo secco che compie nell’anello di sosta. Ancor prima siamo sempre colti dal dubbio di che capo tirare, ma poi, mentre sollecitiamo quello giusto, l’altro ci scivola tra le dita verso l’alto, un’ultima occhiata per accertare con lo sguardo quello che le mani hanno già percepito, che non ci siano nodi o riccioli. Via via la resistenza diminuisce, l’altro capo è già infilato nell’anello della nuova sosta, il nodo che unisce le due corde compare e si avvicina inesorabile, sempre più veloce, siamo quasi certi che ormai è fatta, se non si è incastrata sinora, difficilmente succederà adesso. La corda ora scende veloce, a volte trascinata dal suo stesso peso, si segue con gli occhi la caduta dell’altro capo, non appena questo si sfila, e le volute flessuose e veloci che disegna sulla roccia e nell’aria.
Ma non sempre è così, l’incerto travolge e scompagina le nostre certezze, la nostra sicurezza svanisce, un moto di stizza ci invade, anche solo per un attimo. Istantaneamente già sappiamo cosa ci tocca fare, se sarà possibile risalire e quanto impegno, fatica e rischio ci costerà questa operazione. Ma noi siamo animali evoluti, non per questo migliori, perchè siamo presuntuosi e fiduciosi, quindi a questo punto, messa da parte la presunzione, non ci resta che sperare. Sperare di non dovere risalire, sperare di riuscire a recuperare le corde con qualche strattone ben assestato, accarezzando, parlando, insultando quella trama di fili che ci lega alla parete e alla vita.
A volte il terreno è facile, ci si rilega all’altro capo e si riprende la scalata verso l’alto, sino ha trovare il groviglio e liberalo, per poi ridiscendere. Più il terreno è difficile, più la parete è verticale, più il punto dove si è incastrata è lontano dalla via di salita, maggiori saranno le difficoltà ed i rischi da affrontare per risolvere il problema. Ma ciò a volte non basta e come recita un famoso adagio “La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”, infatti le corde si incastrano con maggiore facilità quando si è stanchi, il maltempo incalza e il giorno volge al termine. Abbandoniamo però questi nefasti scenari in cui ci vediamo bivaccare appesi ad una sosta con le corde incastrate nel bel mezzo di una bufera e pensiamo positivo. Non abbiamo forse detto che siamo animali evoluti? Si, a volte un po’ stupidi e presuntuosi, ma comunque ottimisti: “… a noi mai potrà succedere tutto questo!” chi non lo ha mai pensato si metta subito in analisi.
Immaginate un attimo. Siamo al termine di una calata da sessanta metri, verticale ed in parte nel vuoto, con le corde che sfiorano una lavagna di calcare levigato, dalla roccia compatta e forata come un gruviera. Aggiungiamo pure che soli trenta metri ci separano dalla base della parete. Dite un po! L’idea che le corde si possano incastrare, vi avrebbe mai sfiorato? magari siamo stati noi sciocchi a non pensarlo, ma l’idea nemmeno ci aveva sfiorato lontanamente.



Anzi, ci godiamo il sole, basso sull’orizzonte, che ancora ci riscalda in questo giorno d’autunno - mentre recuperiamo le corde. Chiacchieriamo scioccamente decantando la bellezza delle cinque lunghezze di questo piccolo gioiello nascosto tra le pieghe della Sud - mentre uno dei due capi ci scorre tra le mani. Ci divertiamo col suo nome buffo e bislacco - mentre vediamo il nodo avvicinarsi sopra le nostre teste. Siamo sazi della merendona che ci siamo gustati in questo pomeriggio feriale a base di “PANIco E SALAMIco” - mentre la corda scende veloce ed il nodo è già tra le mie mani.
Uno schiocco nell’aria, una frustata, la corda si blocca di colpo!
No! Non è possibile! Si deve essere bloccata nella sosta, eppure non c’erano nodi. Ma siamo stanchi e le certezze svaniscono. Proviamo a tirare, ma è subito evidente che non c’è niente da fare, la corda è bloccata sessanta metri sopra di noi, dovremmo risalire due lunghezze, la prima da affrontare è la lunghezza chiave della via, ci guardiamo e siamo subito d’accordo sul da farsi. Abbandoniamo la corda. Siamo troppo stanchi per risalire, una corda per l’ultima doppia l’abbiamo e tra pochi minuti il sole sarà calato.
Quindi ultima doppia da trenta e siamo agli zaini. Guardiamo la nostra corda lassù che penzola nel vuoto ed accarezza la roccia. Siamo quasi felici, anzi siamo felici, una corda abbandonata non può rovinarci un pomeriggio fantastico, non può cancellare il piacere profondo che abbiamo provato arrampicando sulla nostra Sud, non può far svanire la gradevole stanchezza che avvolge i nostri corpi.
Animali evoluti e/o stupidi? Non so! Sicuramente animali sazi ed appagati.
Mentre divalliamo e ci immergiamo nel buio che sale dalla valle dell’Ombra, un po’ ci infastidisce l’idea di avere lasciato una corda sulla montagna, non tanto perché segno dei nostri limiti, traccia delle nostre paure, ma perché quegli specchi dalla bellezza lunare, non meritano simili addobbi, nientemeno che semplici rifiuti segno della nostra pochezza.
Forse domani due amici saliranno e recupereranno la corda abbandonata, altrimenti toccherà a noi.



PRESOLANA CENTRALE - Versante Sud - Panico e Salamico: Le Immagini
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venerdì, 19 ottobre 2007
Le storie di quelli che stanno a nord non si fermano e non si fermeranno.
Abbiamo ripetuto vecchie linee dimenticate, itinerari facili e difficili.
Abbiamo ripreso, intervistato, chiacchierato.
Abbiamo suonato ed ascoltato, mangiato, bevuto e sorriso.
Insomma ci siamo divertiti e ci stiamo divertendo.
Ma le facce da nord, o per lo meno alcune di loro, san fare di più: fantasticare su nuove linee e poi concretizzarle, lasciando nuove tracce tra le quinte rocciose della Presolana.

 

Questa estate due sono state le nuove vie aperte, antitetiche tra loro, anche se frutto della stessa passione.
Una ombrosa e schiva, l'altra solare ed evidente.
Una ad ore di cammino dal fondovalle in uno dei luoghi più nascosti del massiccio, l'altra a dieci minuti dall'auto sotto gli occhi di tutti gli automobilisti che dal Passo della Presolana scendono in Val di Scalve.
Una con chiodatura classica e ridotta l'osso, obbligato elevato ed impegno psicologico notevole, l'altra ben protetta e più accessibile, oserei dire "plasir" o quasi.

La prima "Via a Marco e Sergio" è stata aperta il 10 agosto 2007 da Yuri e Roby sulla Parete del Foppone alla Presolana Orientale, un itinerario esigente che richiede di possedere il grado e una gran testa e che aspetta ancora la prima ripetizione.
(Le immagini dell'apertura il PDF della relazione)

La seconda "Via Serenella" è stata aperta l'8 settembre 2007 da Roby, Matteo e Patrik sul Torrione Visolo, un breve e divertente itinerario su roccia a tratti stupenda, in una zona accessibile e comoda, che promette notevoli sviluppi futuri.
(Le immagini di una ripetizione ed un breve report)

Stili differenti, etiche differenti, ma che denotano rispetto e amore pEr la storia e per i luoghi.
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mercoledì, 17 ottobre 2007
L'altro giorno mi arriva un sms da un amico "Oggi Ivo in solitaria su Siddharta all'Eghen ... spaziale". Il giorno dopo Ivo mi manda queste righe ed alcune foto. Anche questa volta ci ha stupiti, eppure lo conosciamo e non dovremmo più meravigliarci, ma di fronte a tanta semplicità, a tanta determinazione, onestamente espressa, non si può che restare a bocca aperta.
Chapeau Ivo!




SILENZIO
Silenzio, colori, fresco, isolamento, fatica e gioia, questo è stato il Pizzo D’Eghen oggi 13 Ottobre per mè.
Si dice che Ottobre sia il mese dei ripensamenti, può darsi, visto che mi ero promesso di scalare solo in falesia aspettando l’Inverno….ma come è già capitato, non ho mantenuto il mio accordo e dopo aver letto attentamente la nuova guida di Pietro Buzzoni sugli angoli più selvaggi e belli delle Montagne lecchesi, la scelta è caduta sull’imponente Pizzo…..
L’alpinismo solitario è ritornato a bussare alla porta, il richiamo si è fatto sempre più forte….oggi dovevo andare!!!
Ho camminato verso la base, piano, piano, non volevo stancarmi, ho respirato l’aria autunnale con calma, l’ho spinta dolcemente nei polmoni, mentre gli occhi osservavano i colori e le tinte di questo mese fantastico che saluta l’estate e ci porta dolcemente verso l’inverno.
Il fortissimo Rossano Libera è stato l’unico alpinista che ha scalato il Pizzo da solo, salendo il Camino Cassin, la linea più evidente e logica dell’intera parete, questa mattina mi sono alzato per essere il secondo….
Alla base, ho messo le scarpette, mi sono appeso 2 rinvii, 2 frends ed uno spezzone di corda di 10 metri e, sono partito lungo lo zoccolo, sempre più su, sempre più concentrato nel mio gioco, ho scalato come desideravo scalare, mai al limite ma cercando un limite, diedri, fessure, lame….l’Eghen non si sale tanto facilmente, l’Eghen ti spreme lasciandoti dentro qualcosa di indescrivibile, ti toglie ogni goccia di sudore, ti secca la gola e ti gonfia a dismisura i poveri avambracci…l’Eghen è un bellissima Montagna lecchese dal difficile accesso, l’Eghen ti regala l’alternanza della roccia, fantastica e unica, friabile e pericolosa……



Sono felice di essermi seduto sulla sua Cima, felice di essermi ritrovato, di aver deciso da solo, felice del mio egoismo…Felice, perché mentre salivo ho pensato di dedicare la mia selvaggia ripetizione ad un Amico, un  Grande, un Genio, un Leader.....un Ragazzo, Giorgio Anghileri, perché leggendo i giornali in queste settimane ho capito una sola cosa…..MERITA DI Più!!
13 ottobre 2007
Pizzo D’Eghen
Via Siddharta
Ivo solo
SOLITARIA D’AUTUNNO le immagini
il commento di Carlo su Intraisass
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mercoledì, 17 ottobre 2007


Volentieri pubblichiamo le riflessioni e le immagini di Marcello

Salendo non l’avevo notata, avevo in testa solo la via e la roccia, ma tornando stanco e rilassato dopo aver ripetuto “Il Risveglio” al Pinnacolo di Maslana, con l’inseparabile fratello Aldo, l’ho adocchiata subito: una sedia, che pazientemente attende il viandante. Una sedia che invita a fermarsi, riflettere, fare pausa. Una sedia lungo il sentiero, nel silenzio dell’antico borgo di Maslana. Umile traccia a testimoniare la storia di un mondo aspro ed ostile, di gente che nella pratica di boschi, pascoli e valli ha vissuto, conosciuto e messo a frutto la montagna. Una sedia che racconta la pratica ed il vivere in montagna, per chi ne sa cogliere con animo sensibile ed attento i segreti.
Mi siedo e guardo i boschi di faggio screziati di rosso: si fanno spazio in me riflessioni sull’andare, vedere, sentire la montagna. Un’esortazione a un ritorno ad essa, a saper cogliere anche momenti di pace e di silenzio, a una rivisitazione con animo umile e rispettoso, proprio di chi la montagna la ama in tutti i suoi aspetti, che rivela tra le righe un affetto antico, quasi nostalgico, unito ad un sentimento di intima riconoscenza.



Tornerò ad arrampicare al Pinnacolo: questa volta, la sedia, cercherò di vederla anche salendo. Così, arrampicando, sul mio imbrago porterò non solo moschettoni, fettucce e cordini, ma anche, e soprattutto, le sublimi emozioni che la montagna gratuitamente mi regala, elevando l’anima e lo spirito, e facendomi sempre ricordare la preziosa lezione di vita che da una cima non si va da nessuna parte, si può solo scendere…
Buona montagna a tutti, Marcello
12 ottobre 2007

LA SEDIA DI MARCELLO le immagini

postato da: MauOrme alle ore 22:42 | Permalink | commenti
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mercoledì, 17 ottobre 2007
L’occasione è ghiotta.
Il giorno della festa del patrono, da che mondo è mondo, l’ufficio chiude e quindi siamo tristemente obbligati a prenderci un giorno di ferie. Di martedì è duro riuscire a trovare un socio per una bella scalata, ma senza troppa fatica, sparsa la voce, un volontario si fa avanti.
Giornata di sole, accesso inesistente ed i colori dell’autunno a far da cornice a questo bel monolite rossastro.
Propongo a Francesco di andare a ripetere la via che Roby ha finito di chiodare lo scorso otto settembre al torrione del Visolo.
Proposta accettata!
Su come sono andate le cose taccio e vi lascio alle immagini.
9 ottobre 2007



Torrione Visolo - Via Serenella – 120 m – L1 5c – L2 6b – L3 – 6c – L4 6c+ - L5 6b+ 1pa
Materiale utile: 2 corde da 60 m, 12 coppie, alcuni friends medio-piccoli
postato da: MauOrme alle ore 22:33 | Permalink | commenti
categoria:oltre la verticale
martedì, 16 ottobre 2007


Harmlessly passing your time in the grassland away;

Only dimly aware of a certain unease in the air.
You better watch out,
There may be dogs about
I've looked over Jordan, and I have seen
Things are not what they seem.

What do you get for pretending the danger's not real.
Meek and obedient you follow the leader
Down well trodden corridors into the valley of steel.
What a surprise!
A look of terminal shock in your eyes.
Now things are really what they seem.
No, this is no bad dream.

The Lord is my shepherd, I shall not want
He makes me down to lie
Through pastures green, He leadeth me the silent waters by.
With bright knives He releaseth my soul.
He maketh me to hang on hooks in high places.
He converteth me to lamb cutlets,
For lo, He hath great power, and great hunger.
When cometh the day we lowly ones,
Through quiet reflection, and great dedication
Master the art of karate,
Lo, we shall rise up,
And then we'll make the bugger's eyes water.

Bleating and babbling I fell on his neck with a scream.
Wave upon wave of demented avengers
March cheerfully out of obscurity into the dream.
Have you heard the news?
The dogs are dead!
You better stay home
And do as you're told.
Get out of the road if you want to grow old.

Sheep, Pink Floyd, "Animals" (1977)



Innocuamente trascorrendo il tempo in un lontano pascolo
Solo vagamente consapevole di un certo disagio nell'aria
E' meglio che tu stia attento
Ci potrebbero essere dei cani in giro
Ho guardato oltre il Giordano, e ho visto
Che le cose non sono quello che sembrano

Cosa ottieni facendo finta che il pericolo non è reale?
Mite e obbediente segui il capo
Lungo sentieri ben battuti nella valle d'acciaio
Che sorpresa!
Uno sguardo di shock nei tuoi occhi
Ora le cose sono proprio quello che sembrano
No, questo non è un brutto sogno

Il Signore è mio pastore, non avrò bisogno di nulla
Egli mi fa giacere
In verdi pascoli, mi conduce presso calme acque
Con luccicanti coltelli Egli libera la mia anima
Mi fa penzolare dall'alto, appeso a ganci
Mi trasforma in braciole d'agnello
Perchè Egli ha grande potere, e grande fame
Quando viene il giorno noi esseri inferiori
Attraverso calme riflessioni, e grande impegno
Padroneggiamo l'arte del karate
Sì, noi ci rialzeremo
E faremo lacrimare gli occhi di quel bastardo

Belante a balbettante mi sono precipitato sul suo collo con un grido
Ondate e ondate di vendicatori impazziti
Marciano allegri fuori dall'oscurità dentro il sogno
Avete sentito la notizia?
I cani sono morti!
E' meglio che stiate a casa
E facciate quello che vi viene detto
Levatevi dalla strada se volete arrivare alla vecchiaia

Sheep, Pink Floyd - Animals (1977)





Una lenta e rarefatta processione di pecoroni lungo il sentiero,
decantazione quasi ipnotica accecata dai pratoni dorati d'autunno.
Tra il tranquillo belare e i campanacci che risuonano
l'energia prende corpo nell'incedere del basso che man mano sovrasta.
Così l'ordinata schiera si scioglie nel libero correre.

Immagini dalla Transumanza, 16th Randagio Day,
Alto Parco dell'Appennino Modenese, Fanano
Si consiglia durante la visione: Sheep, Pink Floyd - Animals (1977)



postato da: tarantolaorme alle ore 11:28 | Permalink | commenti
categoria:impennata
giovedì, 11 ottobre 2007


Ingordi, voraci di curve, bulimici inghiottitori di dislivello negativo che possa appagare uno stupido e spavaldo desiderio. Lo siamo tutti. La discesa non è il solo fine del mountain-biking.
Lo pensavo sabato, quando assieme ad alcuni compagni affrontavo un giro pedalato e molto esplorativo sul Monte Cucco in piena Umbria. Loro come me erano quasi ipnotizzati dal desiderio discesistico, da quella sbornia di alcuni minuti che gonfia ed eccita il cervello. Al diavolo. Quello è solo un'aspetto dello sport che tutti amiamo. Calmiamoci. Godiamoci l'aria sottile dell'alta quota, guardiamoci attorno ed accorgiamoci della magia della montagna, del fascino dei boschi e riscopriamo il gusto dell'avventura e di una cartina alla mano.
Voglio spingere la bici a piedi fuori dalla vegetazione su pendenze proibitive, voglio sentire la fatica fisica appagare il mio fisico, voglio godere della pedalata tonda, musicale e cosmica su quella salita lunghissima tra gli alpeggi.



Non pretendiamo di trasformare ogni sentiero che scende da una montagna in una pista da downhill. Probabilmente potrebbe essere uno splendido sentiero in un bosco e noi solo degli intrusi che dovrebbero percorrerlo in punta di piedi, ammirando e rispettando quello che ci circonda.

Riflessioni a parte, le immagini della giornata assieme ai Sorci Verdi

Parco del Monte Cucco, Scheggia-Pascelupo (PG), Umbria

postato da: tarantolaorme alle ore 12:34 | Permalink | commenti
categoria:in fuga, impennata