IL TENTATIVO “CONGELATO”
Da che mondo è mondo si sa che i veri amici si vedono nel momento del bisogno… non potevo avere orecchie di mercante dinanzi alla proposta di Marco e Mau di tentare un recupero della mezza “canapa” rimasta a penzoloni sulla placca strapiombante della Sud durante la discesa dopo la loro splendida ripetizione di “Panico e Salamico”…
Rompo gli indugi e chiamo Francesco, che coglie subito la palla al balzo; l’appuntamento è per il sabato successivo, anche se le previsioni annunciano l’arrivo di aria polare…
Nonostante non si parta all’alba, l’aria è davvero pungente, ma non ci saremmo mai aspettati venti da bufera sottozero già al Passo della Presolana, dove infreddoliti e ancora mezzi addormentati ci inoltriamo nel bosco sferzati dal gelido vento. Alla Cassinelli scopriamo con sorpresa che l’acqua negli abbeveratoi ha uno spesso strato di ghiaccio, chiara evidenza di una notte contrassegnata dal gelo.
Arrivati all’attacco, un tiepido sole si fa spazio tra le nuvole, etusiasmandoci e facendoci sperare che la salita è possibile. La corda orfana è là, di traverso, visto che il vento si è divertito a farla danzare qua e là sospingendo il capo libero sullo spigolo Sud. Decido di attaccare per primo, lasciando al compare i tiri più duri; appoggio le mani già rigide per il freddo sul calcare a buchi… cavoli, sembra di toccare le pareti interne di un congelatore! si sa che il marmo deriva da un processo metamorfico delle rocce sedimentarie, quali il calcare appunto. Ma nonostante la Presolana non sia mai stata interessata dal metamorfismo durante tutta la sua lunga storia geologica, il detto “freddo come il marmo” suonava come un eufemismo per le condizioni termiche del calcare di quella gelida mattina! A fatica raggiungo la prima sosta, con dolore pungolante in tutte le dita. Francesco parte velocemente, infreddolitosi ulteriormente durante l’attesa alla base. Il sole, birichino, gioca al va’ e vieni, e le folate gelide ascensionali lungo il canale non si placano. Sento il freddo impadronirsi del mio corpo, inizio a sbattere e a non sentire sensibilità anche ai piedi. Giunto in sosta anche Francy, due rapide occhiate di perfetta intesa ci fanno capire che le condizioni sono “invernali”, e che non è il caso di proseguire… le mani, insensibili, non trasmettono al cervello le sensazioni propriocettive tattili, non si riesce a scalare. E poi non siamo coperti abbastanza… Decidiamo di calarci e tentare una risalita lungo lo spigolo, che dovrebbe aver subìto il benefico influsso del sole per un tempo più lungo… ma il sole è ormai sparito, il freddo non molla e, dopo due tiri di corda lungo la nuova linea, battiamo la ritirata, anche perché sopra di noi altre temerarie cordate hanno alzato i tacchi e stanno approntando le doppie di calata, bloccandoci oltre misura in sosta a “rinfrescarci” ulteriormente le idee. Non ci resta che ingoiare il rospo e guardare in faccia la realtà: il tempo sta cambiando e noi siamo due ghiaccioli… si scende!
Il tentativo “congelato” ci lascia un po’ delusi, ma ci ripromettiamo che “Panico e Salamico” verrà ripetuta appena possibile, lasciando così ancora aperti i giochi per il recupero della mezza corda, prima che l’inverno avvolga con il suo manto bianco la Regina delle Orobie.
26 ottobre 2007
Marcello

IL RECUPERO
Finalmente a casa! Questa è stata l’esclamazione di Marco non appena ha rimesso le mani sulla sua mezza corda rimasta a penzoloni sulla Sud della Presolana per quasi quindici giorni. È già, perché nonostante le dense e umide nebbie avvolgessero la placca calcarea su cui elegantemente si snoda la linea di “Panico e Salamico”, domenica il tentativo di recupero della corda è andato a buon fine. Complice il cambio dell’ora da legale a solare, la mattina ci ritroviamo un po’ assonnati e non troppo convinti di ritrovare ancora appesa in parete la fedele compagna di tante scalate. Dopo una doppia colazione, risaliamo le ripide falde che ci separano dalla parete, chiacchierando spensieratamente del più e del meno. Giunti quasi all’attacco, sprazzi di sereno ci consentono furtivi sguardi alla placca, ma dal basso non riusciamo a vedere nessuna corda… le speranze si affievoliscono, ma dopo l’avvicinamento “riscaldante” non ci rimane che provare a salire la via per avere maggiori conferme. Ci spartiamo i compiti: a me la prima lunghezza, poi via via in alternato (così Marco si becca i tiri duri!). Il gioco inizia, è una metodica scansione per la scelta dei buchi più erosi, meno svasati, che consentono una arrampicata estetica e mai banale, sempre delicata. Arrivo in sosta, Marco si sistema e parte veloce. Mentre sale, col naso all’insù, mi grida: “eccola!”. Io quasi mi ero scordato della corda incastrata, intento a guardare il bombè dello strapiombante tiro chiave successivo. Allargo lo sguardo e noto anch’io la mezza corda che, in alto e di traverso, si staglia contro il grigio cielo autunnale, collegando tra loro la via che stiamo ripetendo e lo Spigolo Sud. Due sospiri profondi per concentrarsi e scaricare la tensione, ed ecco il mio socio alle prese con la lunghezza decisiva della via. Lo guardo nella sua salita elegante anche se faticosa, cercando di memorizzare i suoi movimenti vincenti per poi ripeterli a mia volta. Il tempo non migliora e le nebbie conferiscono un non so che di umido a tutta la roccia, coadiuvante perfetto per rendere più probabili le scivolate dei piedi!
Ma il leprotto Marco non si fa ingannare e anche se un piede effettivamente scivola come un razzo verso il basso, non molla la presa e di forza vince la componente gravitazionale che lo vorrebbe a penzoloni. Prosegue, il tiro non molla e la fatica cresce, ma la sosta è oramai guadagnata. È la mia volta, e con la medesima fatica supero il tiro duro, confortato dal fatto che davanti a me ci sono sempre le due mezze corde che mi uniscono alla sosta successiva. Giunto in sosta, prima di ogni altra cosa stringo la mano a Marco e gli faccio i complimenti per aver superato da primo quell’ardua lunghezza. Riparto, consapevole che arriverò laddove si è incastrata la corda: spuntone di roccia? fessura? Cosa mai l’avrà trattenuta in parete? Ci aspettavamo di tutto, ma non certo di scoprire che a meno di un centimetro dal capo libero, la mezza si fosse incastrata nelle due maglie rapide per la calata, simulando la perfetta chiusura delle fettucce degli imbrachi! Troppo zelante la mezza di Marco, con l’esperienza ha imparato ad auto - assicurarsi alle soste!!! Appena l’amico mi raggiunge, si lascia andare a sdolcinate carezze per la sua corda recuperata. Il tempo è sempre incerto, mentre certa è la fatica nelle braccia. Ma ancor più certa è la nostra storditaggine: Marco guarda l’ora e constatiamo che è più tardi del previsto. La sera non possiamo arrivare tardi, abbiamo degli impegni. In fondo l’obiettivo è stato raggiunto, e anche se ci piacerebbe chiudere la via scalando le ultime due lunghezze, decidiamo di calarci. Solo quando arriviamo alla macchina scopriamo che l’orologio di Marco è posizionato ancora sull’ora legale! Non era poi così tardi, e con quell’oretta in più la via si poteva chiudere. Pazienza, forse – in fondo in fondo – questa è l’ottima scusa per poter ritornare ad arrampicare su quella stupenda “gruvierplacca”!
29 ottobre 2007
Marcello



















