Seve quella mattina si alzò presto, come tutte le volte che il desiderio di salire tra i monti lo coglieva, con urgenza. Camminò di buon passo, risalendo la valle fino al limite dei boschi. Vagabondò tutto il giorno in quel labirinto di pietra, scoprendo stupito piccoli luoghi, dettagli sempre nuovi ed ampi spazi in cui perdersi. Nel tardo pomeriggio si fermò contro un grande masso. Lo sguardo spaziava tutt’attorno, le creste infilzavano la luce della sera mentre la valle sprofondava nelle nebbie. Assorto lo colse il buio, si preparò per la notte e presto scivolò nel sonno.
Il bruciore era acuto, intenso, quasi piacevole. Grumi di sangue rappreso si sciolsero nell’acqua trasparente e salmastra. Si sciacquò i graffi mentre lo sguardo scivolava su quella superficie verde smeraldo, leggermente increspata dalla brezza del primo mattino. Oltre il sentiero la macchia compatta e scura lo accolse, le spine ricurve dello smilex e quelle legnose della ginestra avevano lasciato il loro segno sulla pelle. Dalla fitta vegetazione emergevano sterili dossi di terra rossastra su cui giocare. Infine una barra di ciottoli bianchi giaceva incastonata nella scogliera, calcare eroso dal vento e dal mare in mille lame taglienti. Tutte le valli dovrebbero portare in un posto simile. La bici, lo zainetto ed i vestiti giacevano abbandonati sulla spiaggia, lentamente si immerse ed iniziò a scivolare sull’acqua, con lente e lunghe bracciate, senza prendere nuova aria sino a sentirsi scoppiare i polmoni. Godeva di quell’abbraccio ristoratore, della confusa vista subacquea, di un senso d’asfissia crescente.
Un lampo squarciò il nero della notte ed il suo sonno, una lama di luce si disegnò dietro le palpebre, le aprì. Ma dov’era? Una manciata di secondi per capire, per ricordarsi. Oltre il sentiero aveva trovato torbiere gonfie d’acqua, circondate da magre praterie d’alta quota, ghiaioni e più su ancora ghiaccio e roccia. In ogni valle che percorreva, amava perdersi e ritrovarsi, rincorrendo le labili tracce del bestiame o dei camosci, seguendo un torrente rumoroso smarrendosi nei suoi sogni. Nel buio riconobbe la linea nera tra la tenebre e la roccia, al suo riparo si era rifugiato per la notte. Sentì l’ingombro dello zaino sotto il capo ed il calore del sacco piuma avvolgere il suo corpo. Il vento portò l’odore acre ed intenso della terra e dei pascoli bagnati, aria fredda e piacevole che sapeva di ghiacciaio ed acqua scivolò sul viso. Sentì il ritmo serrato delle gocce accolte dalla terra, si accostò ancora di più alla roccia e chiuse gli occhi.
L’ossigeno arrivò, violentemente, risucchiato dai polmoni, pochi secondi per sentire la vita entrare con forza dalla bocca spalancata oltre la spalla. Continuò a scivolare su quel mare, respirando regolarmente, afferrando ad ogni bracciata appigli liquidi da stringere leggermente e da tirare sotto il corpo, per spingerlo ancora più avanti. Il fondale sprofondava sotto di lui tra ripide pareti di roccia, sempre più lontano, più indistinto, più blu. La valle continuava la in fondo e chissà dove avrebbe avuto fine.
Una folata di vento, tesa e gelida, gonfiò il sacco piuma. La luna alla sua ultima settimana salutò l’improvviso risveglio. Una striscia chiara all’orizzonte annunciava il nuovo giorno, le creste abbracciavano la valle incorniciando un cielo ancora scuro e trapunto di stelle. I temporali della notte avevano regalato trasparenza all’aria dei monti, allo spazio racchiuso in quella valle. Lentamente si preparò insieme al nuovo giorno, mentre le prime luci del sole accendevano come una torcia la parte sommitale della parete. Appoggiò le mani sulla roccia, ne apprezzò la grana e la ruvidezza, con piacere strinse gli appigli, delicatamente, iniziò a salire cercando fluidità ed equilibrio. Non pensava a nulla, tutto era azione e percezione, nessuna elaborazione appesantiva la semplicità dei gesti.

In certi momenti il desiderio di astrarsi era impellente, tentare di fuggire con la mente dal corpo, per veleggiare sopra quella macchina di ossa e muscoli, osservarla nei movimenti, percepirne il lavoro e la fatica, cercare di intuirne le incertezze, i limiti, i difetti, magari apprezzarne la fluidità o sorridere per la goffaggine. Appiglio dopo appiglio giunse dove la valle nasceva, si guardò intorno, la costa era lontana, respirò, prese più aria che poté e si tuffò. In verticale scese, avvolto nel blu, là avrebbe trovato altri sentieri, altri monti, altre valli.
le immagini oltre il sentiero … IL BLU e L’AZZURRO