Lui era li!
Lo vidi con la coda dell’occhio, mentre mi chinavo a posare gli sci sulla neve. Agganciai gli scarponi, bloccai gli attacchi e mi rialzai. Sistemai i guanti, impugnai i bastoncini ed inizia a risalire il pendio. Nessun cenno, nessun saluto, non una parola da entrambi, solo una rapida occhiata.
Le pelli scivolavano e mordevano la neve, alternandosi con ritmo nel lavoro, imprimendo fluidità e continuità al corpo che avanza. Lui era li, lo sentivo, non c’era bisogno di voltarsi per vederlo alcuni metri dietro me. Un alba livida si faceva spazio tra banchi di nubi, basse sull’orizzonte.
Anche quel giorno, come ogni inizio di stagione, potere toccare la prima neve, mi metteva di buon umore, lo sguardo vagava libero come i pensieri, con leggerezza, mentre il corpo riscopriva movimenti familiari, prima legnoso e duro, poi sempre più fluido e morbido.
Dopo avere superato tre scialpinisti ciarlieri ed un solitario indeciso, il pendio si fece più ripido, lui era sempre li, lo sentivo, ma qualcosa mutava, la sua traiettoria si allargava alla mia sinistra mentre puntavo con forza i bastoncini per evitare di scivolare all’indietro. Entrò nel mio campo visivo, oltre il dosso, sul falsopiano era al mio fianco a pochi metri. Non una parola non un cenno, un silenzio piacevole, entrambi concentrati a ritrovare, dopo tanti mesi, scioltezza, elasticità e naturalezza. Il rumore dei nostri sci nella neve ed il nostro ansimare parlava per noi.
Poi, non so come, le parole fluirono. Il sole alzandosi si fece spazio tra le nubi, disegnando profili e volumi delle montagne attorno a noi. Non fu importante cosa ci dicemmo, ma come. Percepivo che potevo fidarmi, che era la stessa passione, l’identica voglia di scoprire, la medesima curiosità a spingerci tra i monti. Lontano dalla folla, dai rumori, dalle tracce battute, dalle mode e dai luoghi comuni.
Voleva portarsi gli sci in vetta per poi scendere, magari, lungo lo spallone nord, da anni pensavo a quella discesa, naturalmente mi caricai gli sci sullo zaino e sotto gli sguardi interlocutori di alcuni scialpinisti risalimmo la cresta finale, sino alla croce ricamata dalla neve e dal vento. Le condizioni sembravano perfette, lui partì. Dopo alcune curve, prima che sparisse al mio sguardo, si voltò e mi fece un cenno d’assenso, lo seguii senza esitare. La neve era perfetta, luminosa e morbida accoglieva le nostre tracce. Alla casera di Publino mi disse che voleva essere a casa presto, quindi sarebbe risalito alla bocchetta per poi scivolare in Val Cervia e da li, riguadagnato il passo, sarebbe sceso sino all’auto. Tentennai un attimo. La Val Livrio si apriva sotto di noi, solo le tracce dei camosci ricamavano i pendii immacolati, ne scaturiva un silenzio magico, un richiamo profondo. Non potevo resistere, non volevo resistere. Infine decisi di continuare a scendere sino in fondo, al limitare del bosco. Ci salutammo, augurandoci una buona giornata, mi resi conto che nemmeno sapevo il suo nome. Mentre si allontanava ci presentammo, certi che prima o poi le nostre passioni ci avrebbero portato nuovamente lungo la medesima traccia.

L'elegante versante nord del Corno Stella,
tra ombra e luce un opportunità
per scendere
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